giovedì 14 febbraio 2008

Valentino San

Valentino, giovane e ricchissimo figlio di una nobile e imprecisata famiglia caucasica, usava aggirarsi nei silenzi delle sue colline, solo e con la spada nel fodero.
Camminava inconsolabilmente per ore, attorniato da caramelle rosa zuccherose e piccoli orsetti "Venturelli" (cit.) con gli occhi sghembi. Aveva baciato una sola ragazza nella sua vita, e quella volta era diventata la scusa per i suoi genitori per trasformare quella data in una ricorrenza di portata inusitata. "Venite a festeggiare Valentino", dicevano. "Oggi il ragazzo ha trovato l'amore, che sia per tutti la festa dell'amore!".
E così accorsero persone da ogni paese, carichi di doni per Valentino, che aveva semplicemente limonato con una figlia di altra nobile famiglia. Era carina, sì, ma in fondo s'era già un po' stufato.
E invece, gli toccò assistere alla lunga diaspora dei pasticceri, sommersi dai Baci Perugina e da ogni genere di cioccolatini intagliati a forma di muscolo cardiaco (in seguito si optò per simbolizzare il cuore con una forma più pratica e meno inquietante), degli artigiani, che portavano ogni genere di animale impagliato, dai poeti, che decantavano interminabili elogi a Valentino Re dell'Amore.
Valentino, che era figlio del noto Santo San Valvizio, aveva preso dal padre la nomea di essere un ragazzo estremamente paziente. Egli era paziente a tal punto, che gli era stato concesso di adoperare il prefisso San. Per tutti egli era San Valentino, il paziente.
Da quel giorno, divenne San Valentino, l'innamorato.
Scosso da tante inutili attenzioni e infastidito dai prezzi vergognosamente impennati dei commercianti (a lui tutto era campione gratuito, ma per chi volesse seguirne l'esempio per la propria innamorata, ne sarebbe andato un intero carico di sesterzi), San Valentino vagava iroso e silenzioso. Non poteva certo dirsi San, in quel momento!
D'un tratto, vide una carrozza, a valle. Portava un vessillo che mai aveva visto prima e pareva non curarsi della lunga processione diretta verso i terreni di San Valvizio. Chiunque vi fosse al suo interno, non si stava curando assolutamente della festa dell'amore!
Valentino cominciò allora a correre perdifiato fino a che non riuscì a raggiungere la carrozza. Bussò e gli aprì un piccolo uomo giallastro, con il volto piatto come un mare d'olio e gli occhi come mandorle ben pasciute. L'ometto fece segno a Valentino di salire e la carrozza partì immediatamente, senza nulla domandare e senza ricevere quesiti.
San Valentino raggiunse così il lontano Giappone, dopo un viaggio abbastanza impegnativo e stancante, e lì decise di cambiare vita.
Ora lo chiamano Valentino San, il fuggitivo.


Dedicato a tutti i Valentino San della Terra.
Perchè in fondo un po' tutti rosichiamo, nella solitudine.
E perchè speriamo di poter ritrovare un giorno la strada di casa, sgombra di inutili chincaglierie.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

:-)
E' proprio un piacere tornarti a leggere.
Che bello questo raccontino!!!! Ti è uscito proprio bene! Davvero.
Insomma, gran ritorno con la carica dei Venturelli! :-D

Ti stringo.

Anonimo ha detto...

Bene, anche Valentino San è andato fuori dai coglioni.